Inviata ad un settimanale il 7 giugno 2005 (non è stata pubblicata).
Inserita sul sito www.ominda.eu il 27.11.2009.

Caro Direttore,

ti invio questa lettera, che contiene alcune riflessioni generali in tema di economia, per l’eventuale pubblicazione nei tuoi “colloqui” che, notoriamente, si occupano di altro.

Premetto che sono un semplice ragioniere, che non appartengo a schieramenti politici di sorta, che non sono uno studioso di economia e nemmeno un grande lettore; sebbene per lavoro sono costretto a leggere una notevole mole di documentazione economico-finanziaria. Non credo mi manchino, però, uno spiccato senso critico, l’indipendenza  di giudizio e l’onestà intellettuale.

Da dove nascono i problemi che si affacciano all’orizzonte della nostra economia nazionale? Il discorso non vale solo per il nostro Paese ma, con qualche distinguo, anche per gli altri paesi occidentali o occidentalizzati.

Fino a qualche anno fa il destino del mondo, economico e non, era in un certo modo fortemente condizionato dalle potenze e dalle culture occidentali; erano esclusivamente esse a dettare i tempi, i modi e, soprattutto, le regole dell’economia. In ciò forti del fatto di poter vantare cervelli, conoscenze, tecnologie, risorse, prodotti, sistemi di governo, procedure e tenori di vita più avanzati delle nazioni rimanenti. Inoltre, i modelli a cui si sono uniformati i paesi industrializzati hanno mirato, tra l’altro, a: limitare le nascite; proporre il successo individuale come modello di riferimento; esasperare il tornaconto personale; favorire l’arricchimento delle classi più abbienti, ampliando il divario con le classi più deboli; creare monopoli di fatto nella politica, nelle università, nella cultura, nell’informazione, nell’impresa e in molti altri aspetti della vita sociale. 

 Ora, tutto ciò ha funzionato, e bene, fin quando non sono spuntati, quasi inaspettati perché sottovalutati negli approfondimenti economici più diffusi, modelli di confronto di tale portata da non poter essere più ignorati o relegati in posizioni marginali. Mi riferisco soprattutto alle realtà di Cina ed India: due paesi che da soli assommano a circa la metà della popolazione planetaria! E che, inoltre, cominciano ad avere un peso nell’economia mondiale tale da porre in serio pericolo le posizioni di privilegio nelle quali i restanti paesi occidentali, a livello individuale e di insieme, si erano adagiati.

Il più grande vantaggio di questi due paesi è la quantità della popolazione, che comporta: più ampie risorse umane; un numero inimmaginabile di cervelli; più estesa competitività; maggiori vantaggi derivanti dai flussi migratori e un enorme bacino per lo sviluppo dei consumi interni. A ciò si devono aggiungere i formidabili progressi raggiunti in campo tecnico-scientifico e a livello di infrastrutture; progressi dovuti anche a processi decisionali spediti e ad un sistema normativo forse fin troppo “allegro”, ma privo delle ridondanze e delle inutili complessità dei sistemi occidentali.

Da un punto di vista economico e sociale, non bisogna mai dimenticare quello che è stato vero da quando l’uomo è apparso sulla terra (e che i contadini sanno molto bene): quello che si raccoglierà domani dipende dalla semina di oggi. Se si trasferisce il concetto all’educazione, alla politica, ai rapporti umani e all’economia, si può capire quanti errori, in virtù dell’allentamento dei costumi, sono stati fatti negli ultimi anni.

ll fatto che, specie in alcuni ambienti e settori piuttosto che in altri, ci si sia dati alla bella vita comporterà, con buone probabilità, una conseguenza molto seria: per e nei paesi industrializzati sarà molto difficile che il tenore di vita possa continuare ad aumentare; perlomeno con i ritmi degli ultimi cinquant’anni. Al contrario, forse si va incontro ad un futuro in cui potremmo vedere ridimensionate le nostre aspettative economiche. Ovviamente ciò non varrà per tutti, né è possibile prevedere quando il fenomeno si manifesterà più diffusamente.

Da più parti si indica come una possibile via d’uscita quella di puntare verso lo sviluppo della ricerca scientifica, l’innovazione di prodotto, l’innalzamento della qualità. Ma io non sono sicuro che, nel tempo, anche questi, che costituiscono degli indubbi vantaggi competitivi, non possano essere colmati da parte dei paesi emergenti.

Se, dunque l’analisi è vicina alla realtà dei fatti, cosa si può fare?

E’ necessario cominciare a parlare seriamente del futuro. Le pur autorevoli voci che si sentono in giro non sono del tutto convincenti. Le analisi prodotte non sono mai a trecentosessanta gradi: risultano in qualche modo condizionate da interessi specifici o particolari.

Al punto in cui sono le cose, non è più questione di schieramenti di destra, di sinistra o di centro; né di quanto affermano le confederazioni imprenditoriali o sindacali; né i centri studi dei diversi enti e, nemmeno, in certi casi, le istituzioni europee e mondiali (anch’esse sinora hanno dimostrato di essere governate da forze trasversali che ne condizionano il corretto funzionamento). 

Qui è questione di ciò che è corretto fare! E di farlo tutti assieme o, più realisticamente, con una convergenza elevata.

E’ necessario spostare l’enfasi dalla crescita (del Pil e della produzione), ritenuta metro irrinunciabile per la misurazione dello sviluppo economico, al modello socio-economico verso cui si vuole tendere e alla sua sostenibilità complessiva: mentre si sta correndo ci si deve pur chiedere verso quale direzione si sta correndo; e perché!

E’ necessario tendere a:

a)       bloccare la crescita degli appannaggi; a cominciare dalle categorie più privilegiate (sportivi, artisti, politici, managers, magistrati, alti burocrati, ecc.). Sarebbe un grande segnale per fare in modo che anche le altre categorie progressivamente si possano accontentare di rendite meno elevate; salvo, ovviamente, aumentare i redditi di chi soddisfi due condizioni: 1) essere realmente a livelli minimi di sussistenza; 2) poter dimostrare di essersi attivato per non volervi rimanere (o non essere in condizione psico-fisiche per poter migliorare).

b)       compensare il minor reddito individuale con strumenti ed iniziative tesi a migliorare, a livello sociale, la qualità della vita;

c)       fare un’analisi reale e completa delle debolezze attuali e prospettiche del sistema economico-sociale;

d)       in relazione a tale analisi, individuare un modello sociale ed economico, verso cui tendere nel medio-lungo periodo, che precisi gli obiettivi, le risorse, i settori d’intervento, gli strumenti di verifica, i tempi, le politiche e quant’altro necessario per raggiungerlo.

Da un punto di vista metodologico, infine, per non provocare tensioni e difficoltà sia per i singoli che per le istituzioni, si dovrebbe prevedere un lasso di tempo ed una certa gradualità fra la diffusione dei programmi e la loro convinta attuazione. Ciò, infatti, darebbe modo a ciascuno di poter rimodulare e organizzare la propria posizione e le proprie risorse in relazione alle mutate prospettive.

Cordiali saluti.

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